Imparare a stare da soli prima di una relazione è davvero necessario?

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Imparare a stare da soli prima di avere una relazione è un argomento delicato, niente affatto banale.

Sento spessissimo la frase, nei media, ma anche detta dai miei pazienti, “bisogna imparare a stare da soli, prima di avere una relazione”. O, ancora, la mia preferita: “non si può stare con qualcuno, se non sei una persona risolta”.  

Ma è proprio così?

Per capire se queste frasi sono davvero così sensate, vale la pena fare un passo indietro e vedere cosa dice la teoria dell’attaccamento.

Posto che la seconda frase mi fa sempre molto ridere: come se fossimo delle equazioni matematiche, in cui una volta che troviamo la x e la y, zac, tutto va al posto giusto: ecco a voi, signori e signore, la persona risolta

Chi come me è una capra in questa materia se lo ricorda com’era fare le equazioni: a volte venivano risultati come meno tremilasettecentotrè fratto seicentoventuno virgola novantanove alla seconda. E tu dicevi, mah, boh, mi pare un risultato strano… ma mancano tre minuti alla fine della verifica, diamola per buona. Equazione risolta. E a quel punto l’unica vera soluzione era il tre che ti beccavi in pagella. 

Questo per dire, che se le equazioni possono essere molto semplici o molto difficili, figuriamoci le persone, che oltre la x e la y sembrano avere tutto un proprio alfabeto dentro, che a volte si incastra con quello altrui, e altre volte no.

Ma torniamo a noi: cos’è quindi la teoria dell’attaccamento, e perché è così importante nelle relazioni tra adulti?

Innanzitutto, contestualizziamo un po’: la teoria dell’attaccamento viene proposta da John Bowlby verso gli anni ’50, che ebbe un’intuizione confermata poi dagli studi di Mary Ainsworth negli anni ’60. Si discostava dalle teorie psicanalitiche precedenti: teorizza che il bambino, man mano che cresce e si sviluppa, crea una sorta di “mappa mentale”, chiamata “Modello Operativio Interno”, che rappresenta le aspettative su come ci si comporta nelle relazioni con l’altro e di come l’altro reagirà ai nostri bisogni.

Perché lo fa?

Immaginatevi un neonato. Minuscolo, carino e coccoloso. Non ha ancora i denti per mangiare, figuriamoci mordere qualcuno. Non ha nessun artiglio ad aiutarlo se non delle unghiette fragili fragili. Per di più, ha la testolina che pesa come un cocomero mentre il corpicino è leggero come una piuma: il collo non ha la forza per tenergliela su. 

Qual è il suo principale scopo in quel momento?

Sopravvivere.

E come può farlo? Richiamando l’attenzione dell’adulto, urlando, piangendo, gridando, e tutte quelle cose che fanno venire agli adulti coinvolti un esaurimento nervoso.  Sono gli unici strumenti che ha per dire “Ehi!Ascoltami!”. 

Cerca quindi una solida figura a cui attaccarsi, che possa rispondere ai bisogni di fame, sete, freddo, caldo, sonno, paura, rabbia, stanchezza, e tutto ciò che vi viene in mente. Ai tempi di Bowlby questa figura, chiamata figura di attaccamento, era individuata nella madre. Ad oggi sappiamo che chiunque può ricoprire questo ruolo. Anzi, si possono sviluppare diversi stili di attaccamento con caregivers diversi, ma questo ce lo teniamo per un altro giorno. 

È qui che avviene la magia.

Se il bambino in questione è fortunato, i bisogni trovano una risposta.

Hai fame? Eccoti la pappa. Sete? Subito l’acqua. Hai paura? Abbraccio. E il bambino, risposta dopo risposta, impara e memorizza: yeee! Quando chiedo aiuto, qualcuno mi risponde in modo abbastanza adeguato. Poi certo, io volevo l’omogeneizzato alla pera e non alla pesca, ma pace dai, la fame è passata, la pesca mi piace, la mamma mi sorride ed è tutto bello. Se il bisogno è soddisfatto, vuol dire che l’adulto mi ama. Se mi ama, vuol dire che sono amabile. In Analisi Transazionale diremmo: io sono ok, tu sei ok. 

I puristi della teoria dell’attaccamento saranno già pronti con i forconi per l’eccessiva semplificazione, ma non importa.

A questo punto, io bambino che ho imparato e memorizzato, posso fare una previsione sul futuro: gli altri sono persone disponibili su cui posso fare affidamento. La mappa interna si forma e mi dice che posso ragionevolmente prevedere che nella vita adulta, se avrò bisogno, se sarò impaurito, se sarò stanco, almeno qualcuno arriverà ad offrirmi conforto.

È quello che chiamiamo stile di attaccamento sicuro.

E questa mappa la portiamo con noi in qualunque situazione e a qualunque età, cambiando man mano che cresciamo le figure di attaccamento a cui appoggiarci: i pari in adolescenza, i partner nella vita adulta. Leggerò il mondo e le persone con la lente della mia mappa mentale interna, come fosse un filtro che mi fa guardare solo un pezzettino della realtà circostante, il pezzettino che noto grazie a questo sistema interno. Tenderò a muovermi nelle relazioni secondo quello schema interno, che mi farà percepire alcune dinamiche come più familiari di altre. Il capo mi ha fatto arrabbiare? Mi sfogo con l’amica che so che andrà a rigargli la macchina. 

Scherzo, scherzo. Ma credo il concetto sia chiaro.

Ma cosa succede invece quando, ancora bambino, le mie richieste ricevono altre risposte dal mondo adulto?

La mappa mentale prende tutta un’altra forma. Magari minimizzano le mie paure, o reagiscono in modo freddo e infastidito alle mie richieste: imparo che mostrare i miei bisogni non serve a una mazza. E allora me li tengo tutti dentro, e da adulto magari svilupperò un’ulcera per tutta la rabbia mai espressa che ho covato negli anni. 

Anche qui scherzo, ma non troppo. 

Questo è chiamato stile di attaccamento evitante

In questo articolo non voglio addentrarmi in tutti gli stili di attaccamento. 

Mi interessa chiedermi e chiedervi: cosa capiamo, da tutto questo?

Che siamo esseri che crescono, cambiano, imparano, si formano, attraverso le relazioni dal giorno zero. 

Quindi no, non serve prima imparare a stare da soli per stare in una relazione. Perché è proprio nella relazione che noi impariamo a stare al mondo, ed è con le relazioni che noi possiamo modificare la nostra mappa mentale interna.Siamo esseri relazionali. Animali sociali, diceva qualcuno di assolutamente insignificante: Aristotele.

È qui infatti che entra in gioco una buona notizia, arrivata fresca fresca dalle neuroscienze: il nostro cervello è plastico.

Il che non significa che è fatto con materiali di plastica (anche se forse non dovremo attendere molto, per quello), ma che cambia, si adatta e modifica in base alle esperienze che viviamo, impariamo e ripetiamo. Dunque, grazie alla neuroplasticità del cervello, con relazioni buone, sane, autentiche e continuative possiamo modificare il nostro sistema interno, magari non del tutto e non in ogni occasione, ma in modo sufficiente per soddisfare i nostri bisogni e sentirci più sereni

La relazione terapeutica ne è un ottimo esempio: durante i colloqui si sperimenta una relazione continuativa che permette di mettere alla prova e riorganizzare i nostri pattern di attaccamento. (Sempre link molto casuale alla mia pagina di contatti).

Per concludere, non serve essere equazioni “risolte” per poter amare ed essere amati: è proprio nelle relazioni - quelle sufficientemente sane e sicure - che impariamo a leggere tutto l’alfabeto. E a volte, per fortuna, il nostro alfabeto si incastra con quello di qualcun altro.